Il riconoscimento facciale applicato agli animali aiuta a salvare le specie


In Malesia il progetto SnapTurtle, coordinato da una biologa italiana, salva le tartarughe marine riconoscendone i tratti: è solo uno degli esempi di un trend in crescita a livello globale

Basta guardarle in faccia per capire chi sono. E se proprio non fosse chiaro, ci penserà un software ad aiutarvi. Il progetto SnapTurtle, promosso da Wwf Malesia e Sabah Wildlife Department, è coordinato dall’italiana Oriana Migliaccio, biologa marina che da qualche anno lavora in Malesia, a Pom Pom Island, per la salvaguardia delle tartarughe marine.

Grazie a un software, le tartarughe vengono fotografate e identificate in maniera univoca, grazie al particolare pattern di squame facciali che caratterizza ogni individuo. Grazie al progetto, le tartarughe verdi e  le tartarughe imbricate del Borneo Malese – rispettivamente interessate secondo la Iucn (Union for Conservation of Nature)  da “rischio di estinzione” e “grave rischio di estinzione” – sono censite e protette. Da tempo, ormai, questi carapaci sono sottoposti a stress causati da pesca eccessiva di individui adulti, rimozione delle uova a scopo alimentare, inquinamento e cambiamenti climatici.

L’idea nasce dalla volontà di non voler stressare le tartarughe che arrivano in spiaggia a nidificare. Normalmente si applicano delle targhette metalliche alle pinne; la targhetta è simile un piercing, per l’animale è dolorosa e può essere persa facilmente. Grazie alle foto, invece, possiamo fare a meno di toccare o disturbare l’animale in alcun modo”, racconta Migliaccio. La tartaruga viene immortalata da una distanza minima di 10 metri e il software è poi in grado di identificare l’individuo in maniera chiara e univoca. Il sistema così ideato permette di coinvolgere i cittadini in programmi di citizen science e favorire una maggiore comprensione delle strategie di conservazione da parte del grande pubblico.

Il sistema permette il riconoscimento degli animali in diverse aree geografiche, perché il database può essere utilizzato tranquillamente online. Così, anche i cittadini possono fare scienza e contribuire in prima persona alla conservazione”, continua Migliaccio. Il coinvolgimento diretto dei cittadini si è dimostrato un’ottima leva in diversi progetti di conservazione nel mondo: ad esempio, il progetto Tamar in Brasile, il più longevo nell’ambito della protezione delle tartarughe marine con oltre 30 anni di storia, è riuscito a convertire una popolazione di pescatori, che sottraeva le uova dei carapaci per scarsità di risorse alimentari, in valenti protettori della natura e della conservazione, che hanno compreso che il turismo derivante dalla presenza delle tartarughe sarebbe stato molto importante per il benessere economico della comunità. Un risultato simile era stato confermato da uno studio condotto dall’Australian Institute of Marine Science, che di recente era riuscito a dimostrare che ogni squalo che vive nelle acque di Palau vale 180mila dollari all’anno per l’industria turistica, mentre uno squalo ucciso e venduto per la sua carne ha un valore economico di circa 108 dollari.

Il progetto SnapTurtle è partito in agosto e vanta per ora la presenza di 100 individui nel proprio database. “Dei cento animali presenti, dieci sono nester, ovvero hanno da poco deposto le proprie uova. Attendiamo ora la prossima stagione riproduttiva per valutare i ritorni e studiare la popolazione sull’isola”, racconta la biologa. Il progetto aiuterà a capire il livello di resilienza di questi animali rispetto a fattori di stress antropogenici. I primi dati raccolti indicano una maggiore presenza di individui giovani e una percentuale più alta di femmine dovuta al riscaldamento globale: c’è infatti una relazione diretta tra la temperatura d’incubazione delle uova e il sesso dei piccoli. L’obiettivo per il futuro è raffinare maggiormente il software, prevedendo algoritmi specifici a seconda della zona e delle specie considerate. “L’idea è di rendere il database pubblico e accessibile a tutti, ma è qualcosa su cui stiamo lavorando ancora al momento”, conclude Migliaccio.

Questo progetto si inserisce in un trend globale di crescita di questo tipo di applicazioni per la conservazione: altri recenti esempi sono costituiti dalla George Washington University che ha creato un software per il riconoscimento facciale dei lemuri, che ha una percentuale di accuratezza del 97%. L’obiettivo del progetto è poter seguire i primati nelle diverse fasi di vita.

In Norvegia un’azienda ha ideato un sistema di censimento per salmoni nordatlantici, le cui popolazioni sono spesso decimate da malattie, che scannerizza i volti dei pesci e crea registri medici individuali per milioni di pesci.

Controllare le popolazioni potrebbe essere molto utile agli allevatori, per ridurne il tasso di mortalità. Un altro interessante progetto è stato avviato dalla compagnia di assicurazioni cinese ZhongAn Online: l’idea è usare il riconoscimento facciale per distinguere i polli, in modo da tracciare la loro crescita e macellazione lungo tutta la filiera, fino alla tavola dei consumatori. Grazie all’app GoGo Chicken, i consumatori possono avere dati sull’allevamento di provenienza e la tipologia di mangime utilizzata per l’allevamento del pollo.

Ma gli esempi sono molteplici: l’azienda statunitense Cargill ha creato un software di riconoscimento facciale dei bovini, per monitorarne lo stato di salute: l’azienda collabora con gli allevatori e fornisce loro strumenti per raccogliere dati sul muso di ogni capo di bestiame. Un sistema computerizzato di telecamere tiene sotto controllo ogni esemplare, per sapere con che frequenza beve e mangia, oppure se ha comportamenti strani, arrivando a determinare anche le oscillazioni nella produzione di latte; l’università di Cambridge ha inventato un programma in grado di analizzare lo stato di stress nelle pecore, molto più rapidamente di come lo potrebbe mai fare un veterinario. E altri progetti, per finire, sono stati avviati infine in Africa per il monitoraggio dei leoni e degli elefanti.

Mentre il riconoscimento facciale applicato all’essere umano pone ancora sfide di sicurezza a privacy, quelli studiati per gli animali sembrano già essere ottimi esempi di tecnologia applicati alla conservazione, senza apparenti controindicazioni. I prossimi anni diranno se questo trend in crescita saprà davvero dare una svolta positiva all’ecologia e ai sistemi di allevamento.


Fonte: WIRED.it


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