Sperimentazione, animali più felici significano una scienza migliore?


L'ambiente, inteso come arricchimento ambientale, influenza il benessere degli animali e l'esito delle ricerche scientifiche. Ignorarlo non è possibile, e alcuni ricercatori cercando di capire sempre più a fondo come tenerne conto

(Foto: Maggie Bartlett, NHGRI via Wikimedia Commons)

Pochi temi nella scienza hanno scaturito accesi dibattiti come la sperimentazione animale. A rinvigorirlo nei giorni scorsi anche la pubblicazione sulla rivista Science di un articolo in cui ci si chiede sostanzialmente se animali felici non siano meglio per la scienza. Il tema è di quelli caldi e ha a che fare con il benessere degli animali, ma non solo. O meglio non unicamente con il benessere degli animali come tutela degli animali stessi. La questione va oltre e riguarda il significato stesso che questo assume all’interno delle sperimentazione animale, perché ci si chiede se modelli felici, animali più stimolati da un ambiente opportuno, non siano meglio non solo per gli animali stessi ma anche per gli scopi scientifici, se in altre parole non riescano a dirci qualcosa di più rispetto ai temi di ricerca per cui sono utilizzati. La felicità degli animali, ci si chiede, li rende modelli migliori? Rende la ricerca più significativa, più attendibile?

L’ambiente conta
Le domande partono da alcune osservazioni, apparentemente ovvie. Nel complesso, scrive David Grimm su Science, sono ormai diverse le ricerche che mostrano come l’ambiente influenzi il comportamento e la fisiologia degli animali. Ambiente inteso anche come arricchimento ambientale, ovvero come l’insieme di tutti quegli accorgimenti, strategie, e abbellimenti delle case degli animali negli stabulari pensati per rendere più gradevoli, più naturali, più stimolanti le gabbie in cui sono mantenuti.

A partire dagli anni Quaranta alcune osservazioni sperimentali cominciarono a mostrare quanto tutto questo influenzasse la salute degli animali: roditori lasciati liberi di bighellonare per ambienti più grandi, di muoversi in labirinti, di giocare con palline, arrampicarsi su scale e corde si comportavano in modo diverso ma non solo. In particolare in alcuni animali aumentava la crescita di alcune zone del cervello e riuscivano ad apprendere meglio. Ma gli effetti dell’ambiente non si avevano solo sulla sfera psicologica: un ambiente arricchito, stimolante, si è mostrato capace di ritardare l’insorgenza di malattie neurodegenerative, anche in presenza di determinanti genetici ma anche di ridurre la crescita di masse tumorali negli animali, per esempio. E ancora: lo scorso anno uno studio aveva mostrato come l’arricchimento ambientale fosse in grado di contrastare le alterazioni cognitive indotte chimicamente e altre ricerche suggeriscono effetti anche sulla modulazione del sistema immunitario. Di contro, non suona certamente nuovo come anche il nostro ambiente, inteso in senso più ampio, possa influenzare la nostra salute, basti pensare allo stress.

La migliore vita possibile
Se l’ambiente ha così effetto sulla salute degli animali perché non considerarlo? In realtà l’ambiente è e deve essere considerato. “Lo è come condizione sine qua non in chi fa buona scienza”, racconta a Wired Patrizia Costa, esperta di benessere animale e membro emerito del consiglio di accreditamento di Aaalac International, organizzazione non profit promotrice del miglior trattamento possibile degli animali nella sperimentazione scientifica. In primis per il benessere dell’animale. “Garantirne il benessere significa garantire qualità della scienza e dobbiamo pretenderlo per ogni modello cui facciamo ricorso”. Che non significa però ridursi a inserire qualche pallina o ruote all’interno delle gabbie, in parte antropomorfizzazioni dell’idea che abbiamo di arricchimento ambientale.

L’arricchimento non può essere un’azione fatta casualmente, deve essere basata su un programma scientifico, specifico per ogni animale: “Arricchimento ambientale significa soprattutto tenere conto delle esigenze che gli animali hanno come specie, partendo dalla conoscenza delle condizioni che gli animali nel loro ambiente naturale e cercando di riprodurla, garantendo le loro esigenze biologiche”, riprende Costa. Se parliamo di animali gregari, per esempio, questo significa costruire in laboratorio gabbie in cui gli animali condividano lo spazio con i propri conspecifici, con gruppi compatibili, che possano stabilire le loro gerarchie naturali, riducendo le condizioni di stress che possono nuocere agli animali e alterare i risultati di ricerca.

“Nel momento in cui diamo agli animali la possibilità di esprimere il loro comportamento naturale riusciamo a mitigare lo sviluppo dello stress cronico e i suoi effetti sui risultati di ricerca – continua l’esperta – al contrario quando non lo facciamo abbiamo un’alterazione dello stato di benessere dell’equilibrio psicofisico”. Un concetto che, come deducibile, non si limita alla pulizia e alla garanzia di una gabbia, di cibo e acqua, perché proprio come negli esseri umani il benessere non è una condizione ascrivibile solo ai bisogni fondamentali, all’igiene, all’assenza di malattia e alla possibilità di foraggiamento. Anche se, e non possiamo ignorarlo, ogni intervento in laboratorio più che a riprodurre il benessere animale sperimentato negli ambienti naturali tende al miglior benessere possibile.

Il benessere animale è da sempre riferibile al principio delle 3R, puntualizza Costa, ovvero al concetto di Replacement, Reduction e Refinement (sostituzione, riduzione e perfezionamento, dell’utilizzo degli animali). Nella comunità scientifica e per legge sono infatti favorite le procedure che limitino l’utilizzo degli animali, preferiscano quelli con minor capacità di sofferenza e danni, minimizzino dolore e stress, con attenzione anche alle condizioni ambientali. Si legge infatti nell’allegato III del Decreto legislativo 26/2014, che ha attuato la direttiva europea 2010/63/Ue: “Tutti gli animali dispongono di spazio sufficientemente complesso che consenta loro di esprimere un ampio repertorio di comportamenti normali. Essi dispongono di un certo grado di controllo e di scelta rispetto al proprio ambiente per ridurre comportamenti indotti da stress. Gli stabilimenti mettono in atto tecniche adeguate di arricchimento per ampliare la gamma di attività a disposizione degli animali e aumentare la loro capacità di risposta tra cui l’esercizio fisico, il foraggiamento e le attività di manipolazione e cognitive adeguate alle specie interessate. L’arricchimento ambientale offerto negli alloggiamenti è adattato alle specie e alle esigenze individuali degli animali. Le strategie di arricchimento negli stabilimenti sono riviste e aggiornate periodicamente”.

L’arricchimento come vera ricchezza
L’applicazione del concetto di arricchimento è variabile però, e non è detto neanche che gli scienziati stessi la applichino specie se dimostrino che questo possa compromettere gli studi, cita Grimm. Perché l’arricchimento è una variabile in più da introdurre negli esperimenti. E, scrive ancora Grimm, non c’è diretta equivalenza nel mostrare che gli animali più felici, che stanno meglio, producono anche una scienza migliore.

Se da una parte ci sono scienziati come Joseph Garner, che studia come migliorare il benessere degli animali alla Stanford University, che ammette candidamente che “se vogliamo lavorare con animali che siano predittivi di quel che accade negli esseri umani, occorre trattarli di più come persone”, dall’altro c’è anche chi attende più prove a sostegno del fatto che introdurre tubi e palline nelle gabbie degli animali migliorerebbe la quantità di ricerca fatta senza renderla più complicata. Chi pensa – come Jonathan Godbout della Ohio State University, riferisce Science – che prima servano (ancora) prove su quanto l’arricchimento possa avere un impatto sulla ricerca. “Ma è un concetto che abbiamo chiaro da decenni in realtà, e non possiamo ignorarlo”, chiosa Costa, “Anche se effettivamente negli ultimi anni la maggior attenzione dell’opinione pubblica, ma anche le evidenze scientifiche accumulate ne hanno ribadito l’importanza, anche da parte degli stessi ricercatori”.

Al tema c’è chi ci sta lavorando, come Jennifer Lofgren del Refinement & Enrichment Advancements Laboratory dell’University of Michigan, cercando di rinfoltire la letteratura in materia. Per la sperimentazione e per gli animali stessi, con un sentimento di dovuta ricompensa. “Dobbiamo dare a questi animali la migliora delle vite possibili – ha spiegato – loro ci stanno dando il meglio che possono e noi dovremmo fare il meglio che possiamo”. La ricercatrice e i colleghi cercano di capire per esempio se i pesci zebra preferiscano passare il loro tempo in acqua con biglie colorate o meno, e se i conigli possano vivere in gabbie condivise e arredate per essere più stimolanti. L’idea è quella non solo di testare le preferenze degli animali ma di capire più a fondo come agisca la variabilità ambientale sulle ricerche. Non è possibile escludere infatti che la stessa variabile – l’ambiente, come detto – sia un fattore confondente nell’esito delle ricerche, specie in alcuni ambiti. L’isolamento, lo stress e l’ansia possono infatti influenzare la risposta degli animali negli studi in ambito cardiovascolare, in quello psichiatrico e immunologico per esempio.

C’è chi sostiene però che l’arricchimento ambientale introduca una variabile, non sempre facile da replicare e da sostenere, anche economicamente. “Che l’arricchimento ambientale non è standardizzabile non è del tutto vero”, commenta Costa, “dovremmo abituarci all’idea di considerarlo una condizione di base, garantita dalla nascita dell’animale fino alla fine della sua vita sperimentale. In questo modo le risposte sarebbero sempre riferite a una condizione che lo includa”. L’aspetto cruciale, conclude l’esperta, rimangono piuttosto i costi e la formazione del personale per garantirne l’applicazione davvero corretta ovunque.


Fonte: WIRED.it


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