Animali fantastici 2 è un film contro il populismo


Diversamente da Harry Potter che trovava nella magia la metafora dell'adolescenza e delle sue inquietudini, I crimini di Grindelwald è un film sulla manipolazione sociale e lo scontro di idee. Al cinema dal 15 novembre

Con il secondo film di Animali fantastici, la nuova saga ambientata nel mondo di Harry Potter (ma decenni prima, negli anni ‘20), J. K. Rowling fa un salto che non è solo temporale. L’autrice abbandona il racconto di formazione (Harry Potter è la storia di un bambino mago che scopre il suo passato e forma il proprio futuro fino a diventare adulto) per uno sociale. In Animali fantastici il passato serve a mostrare dinamiche e questioni dei giorni nostri. La magia non è più metafora di crescita individuale, ma di politica e manipolazione.

Il primo capitolo di Animali Fantastici (Animali fantastici e dove trovarli) presentava Newt Scamander, mago britannico in viaggio a New York nel 1926, specializzato in studio degli animali magici. Scamander cercava di ritrovare una serie di animali (fantastici) fuggiti e a piede libero in una città che, come tutte le altre nel mondo di Harry Potter, è piena, oltre che di maghi, di gente comune (babbani), i quali dovrebbero rimanere all’oscuro della magia. Scamander entra in contatto con Grindelwald, un potente mago oscuro. In questo secondo film la trama entra più nel vivo. Grindelwald ha un piano molto preciso: guidare i maghi alla rivolta contro i babbani, ritenuti inferiori e quindi non meritevoli di abitare il mondo.

Si riconosce qui un artificio di scrittura tipico di J. K. Rowling, il fatto che il male stia arrivando nella forma di una persona e che le storie siano un modo di annunciarlo. È il trucco con cui la scrittrice ha tenuto tesa la saga di Harry Potter, reinventando la riscrittura del villain con un continuo rimandare alla prossima puntata la definizione della sua identità. Grindelwald lo abbiamo visto arrivare alla fine del film precedente ed è in azione già in questo, ma quel che viene rimandato è lo svelamento dei modi con i quali intende attuare il suo piano: manipolare il consenso degli altri maghi, catalizzando rabbia e frustrazione. In pratica, il racconto della politica dei nostri anni.

L’idea forte di J. K. Rowling per questa serie è di fare di noi, i non maghi, le vittime di una sorta di razzismo. L’uomo bianco della società occidentale (americano nel primo film, britannico e francese in questo secondo ambientato tra Londra e Parigi) è qui considerato inferiore, ovviamente non in virtù del colore della pelle, ma della sua natura lontana dalla magia. Questo ribaltamento mostra che la nuova serie, diversamente da quella di Harry Potter, non parla più di adolescenza e delle sue varie fasi, ma, in modo allargato, di società e di modi di manipolarla. Per quanto infatti il film sia ben lontano dall’essere diretto con mano sicura, lo stesso alcuni punti brillano per acume di scrittura (la sceneggiatura è della Rowling stessa). Una riunione di “simpatizzanti” delle teorie di Grindelwald si rivelerà una trappola di populismo e demagogia.

In Harry Potter avevano trovato posto questioni come razzismo, sessismo e le strategie di consenso e conquista del potere, ma marginalmente. Il cuore della saga era la maniera in cui Harry veniva a patti con tutto quello che implica ogni passaggio di età. I crimini di Grindelwald chiarisce che la vera storia non è quella del protagonista (Scamander ha un suo intreccio romantico ma in secondo piano rispetto agli obiettivi) bensì della resistenza contro un ideale. Assistiamo a una battaglia di idee più che di persone, e i personaggi hanno senso perché incarnano queste idee. In questo film, inoltre, iniziamo a scoprire che forse non è davvero Newt Scamander il protagonista positivo.

Interpretato dall’insipido e ripetitivo Eddie Redmayne (dotato di un repertorio di espressioni sempre uguale, riproposto all’infinito), il mago zoologo sta al centro del film fino a quando non compare in scena il giovane Silente (Jude Law), dotato di un carisma di certo superiore e coinvolto in maniera molto personale dalla lotta a Grindelwald. Lo contro a cui assistiamo, tra mano buono e mago cattivo, più che basato sulla magia, lo sembra sul carisma e la forza intellettuale (proprio come quello tra leader politici), e questo si deve al fatto che gli interpreti danno il meglio di sé. Sì, incredibile a dirsi, anche Johnny Depp, che interpreta Grindelwald, sembra aver ritrovato la voglia di recitare dopo anni di noia.


Fonte: WIRED.it


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