Dai cani agli elefanti, il riconoscimento facciale fa bene agli animali


Una quantità di sistemi di intelligenza artificiale monitorano e analizzano musi e fattezze di mucche, lemuri, tigri e leoni per le più diverse finalità, dalla lotta al bracconaggio alle condizioni di allevamento

(Foto: iStock)

Il riconoscimento facciale, ormai diffuso perfino nelle nostre tasche attraverso una grande quantità di smartphone, ha applicazioni di ogni tipo. Alcune non esattamente rosee, come quelle della tecnologia “Rekognition” di Amazon che mesi fa identificò 28 parlamentari statunitensi come criminali. Oppure nei sistemi di controllo utilizzati in Cina, ormai estremamente sofisticati e in grado di acciuffare un soggetto anche nel bel mezzo di folle oceaniche. Tuttavia gli aspetti da perfezionare sono ancora diversi, dai pregiudizi intrinseci ai sistemi all'inaccuratezza legata ai dati forniti in addestramento agli algoritmi che sovrintendono i processi. Eppure c'è un fronte in cui le tecnologie di identificazione facciale stanno fornendo molti vantaggi: quello degli animali.

Un recente reportage di Bloomberg ha sollevato l'attenzione delle sterminate possibilità di ricerca raccontando la storia di come la scansione delle “facce” dei salmoni atlantici inventata da un colosso norvegese del settore dell'allevamento ittico, Cermaq Group As, possa essere utilizzata per monitorarne lo stato di salute e combattere l'attacco di parassiti e altri agenti patogeni come il famigerato pidocchio del mare. Le cui epidemie costano al comparto un miliardo di dollari all'anno (e fanno schizzare in alto il prezzo dei filetti di salmone). Cermaq, che gestisce oltre 200 allevamenti di salmoni e trote non solo in Norvegia ma anche in Canada e Cile, sta già testando la soluzione, implementata tramite videocamere e scanner installati a pelo d'acqua, insieme al partner tecnologico scandinavo BioSort.

Questo, insomma, il punto di partenza. Ma quanto e come stiamo sfruttando queste potenti tecnologie per occuparci, magari in modo anche meno interessato sotto l'aspetto commerciale, del mondo animale? Esistono in realtà decine di database nei quali si tenta una sorta di tracciamento costante di certe popolazioni specifiche. Piattaforme spesso utilizzate per favorire i programmi di conservazione o combattere il bracconaggio. Il New York Magazine ha raccolto lo spunto di Bloomberg per mettere insieme tutti, o quasi, le specie che stiamo censendo e monitorando grazie all'uso del riconoscimento facciale. Per quanto, nel caso di mucche, leoni o maiali, si possa propriamente parlare di “facce”.

Si parte dalle mucche, con alcune società come l'irlandese Cainthus (su cui all'inizio dell'anno ha investito la statunitense Cargill) che, grazie agli accordi con gli allevatori dell'isola verde, raccoglie scatti delle teste di ciascuna vacca e ne monitora a distanza lo stato di salute, compresi i pattern comportamentali. Per aiutare gli allevatori a stabilire in anticipo le variazioni di produzione del latte. Per i polli, invece, esiste un sistema basato su una blockchain per tracciare tutto il ciclo vitale dei prodotti che finiscono in tavola. L'ha messa in piedi la compagnia cinese di assicurazioni ZhongAn: grazie allo smartphone, scansionando un codice, si può sapere praticamente tutto di quel pollo. Perfino quanti passi ha compiuto in vita.

Altro ambito in cui il riconoscimento facciale torna utile è quello del monitoraggio delle pecore: lo fanno dei ricercatori dell'università di Cambridge per indagarne addirittura l'umore. In particolare, per capire se siano o meno in grado di provare il sentimento della paura. Ci riescono appunto partendo dall'analisi dei loro musi, il tutto per assicurarne un trattamento più rispettoso nel corso dell'allevamento. Ancora la Cina, con il colosso JD.com, l'Amazon locale, è invece protagonista di un esperimento di monitoraggio dei maiali per determinarne in modo rapido età, peso e dieta.

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Fonte: WIRED.it


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