Cimici asiatiche, perché ci invadono e come eliminarle


L'enorme diffusione di questi insetti sta creando disagi nelle abitazioni e danni ai raccolti. Ecco un quadro della situazione e come difenderci

(foto: Getty Images)


Cimici, cimici ovunque. In molte province italiane l’autunno 2018 è partito sotto l’insegna di un’ondata di questi insetti color grigio-bruno, ben noti per il loro inconfondibile ronzio ma, soprattuto, per il loro odore – per usare un eufemismo – sgradevole. 

Diffuse soprattutto nelle campagne, dove trovano ristoro tra la vegetazione, hanno raggiunto in massa ormai in molte aree la penisola, con diverse zone del Nord Italia prese letteralmente d’assalto. Non risparmiando, però, neanche molte regioni nel resto d’Europa e in particolare quelle centro-meridionali. 

Le conseguenze sono molteplici e vanno dal fastidio di ritrovarsele nel bucato appena raccolto fino a situazioni di vera esasperazione, con pareti, verande e infissi delle abitazioni tappezzati, garage e rimesse infestati, stanze presidiate da esseri svolazzanti. Ma non solo. L’impatto si sta facendo pesante sulle coltivazioni, che secondo Coldiretti potrebbero registrare per alcune categorie perdite del 20-25% della produzione, con punte fino al 40%. 

Ma perché quest’invasione? E cosa fare per limitare il disagio? Rispondiamo con l’aiuto di Pietro Zandigiacomo, docente di entomologia presso l’università di Udine. 

I mille volti della cimice
“La cimice non è una, bensì un grande gruppo di insetti”, ci spiega l’esperto: “Possiamo distinguere specie più comuni, come la cimice verde (Nezara viridula), diffusa in tutto il Mondo e che da sempre è presente sul nostro territorio, e specie che sono diventate comuni solo negli ultimi anni, in particolar modo la cimice marmorata (detta anche asiatica, o Halyomorpha halys), più scura, che invece è alloctona, cioè una novità per il nostro continente”. È quest’ultima la protagonista del problema che stiamo vivendo. 

Originaria dell’Asia orientale, per esempio Cina, Giappone e Taiwan, prima di giungere a noi ha colonizzato nei primi anni ’90 l’America settentrionale, salendo accidentalmente a bordo di e probabilmente infilandosi dentro a imballaggi e bagagli del traffico internazionale di merci. Sempre attraverso le rotte commerciali, ha raggiunto il nostro continente nei primi anni duemila per essere identificata in Italia per la prima volta nel 2012, in Emilia Romagna. 

Il perché dell’invasione 
Se qui da noi è pieno, figuriamoci nei loro paesi d’origine”, direte. Ecco, sbagliato. In Asia la densità di popolazione di questi insetti viene mantenuta sotto controllo da alcuni antagonisti naturali della specie: altri animali le tengono sotto scacco, insomma, e il problema della sovrappopolazione non ha un’impronta così marcata. “In generale non si tratta di predatori, cioè organismi che si nutrono di cimici, bensì perlopiù di parassitoidi che vanno a colpire le loro uova”, spiega Zandigiacomo. Parliamo in particolare di alcuni imenotteri, insetti simili a piccole vespe, che rilevano le ovature della cimice marmorata e vi inseriscono le proprie larve, che una volta sviluppate le uccidono. 

“Da noi in Europa questi antagonisti naturali specializzati non sono presenti, né quelli autoctoni sembrano per ora in grado di riconoscere le uova della cimice marmorata, quindi le cimici possono riprodursi in maniera indisturbata”, va avanti l’esperto, “e il fatto che la loro presenza sia oggi così massiccia è strettamente legato a questo fenomeno”. 

Si aggiungono poi alcune caratteristiche biologiche proprie della cimice asiatica,  che le differenziano da quelle verdi e dalle altre nostrane. Innanzitutto, può sopravvivere più a lungo: un individuo adulto può raggiungere facilmente l’anno-anno e mezzo di età. In secondo luogo, le femmine possono deporre più volte le uova (una trentina alla volta, e deponendone fino a 400-500 in totale per individuo), a differenza di altre specie che invece le depongono solo in particolari stagioni. 

Cosa c’entra la soia? 
Alcune credenze locali descrivono la pianta di soia come una sorta di fabbrica delle cimici, a sottintendere che questo vegetale e l’insetto siano quasi in simbiosi. C’è persino chi ritiene responsabile dell’ondata di cimici vegetariani e vegani, che impiegano la soia come fonte di proteine in sostituzione alla carne (ignorando, oltretutto, che la stragrande percentuale dei raccolti di soia è destinata ad alimentare semmai gli animali da allevamento – ma questa è un’altra storia). Certo, chi abita in prossimità di campi di soia in questo periodo non se la sta passando proprio bene, eppure il nesso causale tra soia e cimice non è altro che un mito da sfatare. Non se la passano bene, per intenderci, neppure le persone che si trovano in prossimità di orti e frutteti, poiché la cimice li popola e si nutre di componenti vegetali che appartengono a molte specie di piante. Insomma, più che la causa, la soia è una delle sue tante vittime. 

“La soia è una delle piante più adatte allo sviluppo di questa cimice, che punge perlopiù i baccelli per prelevare dai semi sostanze nutritive, come lipidi e proteine”, chiarisce il professore, “ma la cimice asiatica colpisce una grande varietà di piante, da quelle erbacee, come appunto soia, pomodoro, fagiolino, alle specie arboree, dove danneggia prevalentemente i frutti”. Mele, pere, pesche, ciliegie, uva, kiwi: nessuno escluso. L’entità dei danni? Da quelli prettamente estetici, che però concorrono alla svalutazione del prodotto, a quelli più severi, laddove le punture dell’insetto possono determinare la perdita del raccolto. A scopo preventivo, si interviene con la lotta integrata: chi le ha a disposizione, prova a difendersi con reti anti-insetto sfruttando gli impianti antigrandine; si effettuano monitoraggi, si usano trappole e, laddove necessario, prodotti fitosanitari, ma a dire il vero molti esemplari riescono comunque a sfuggire al controllo: “Si spostano molto facilmente e velocemente ed è quindi molto difficile impedire loro di diffondersi e viaggiare da una coltura all’altra, reinfestando di fatto anche quelle trattate”, aggiunge Zandigiacomo. 

Cosa vogliono da noi?
Si nutrono esclusivamente a spese di vegetali e non sono in grado di pungere o mordere né noi né altre specie animali, il che in parte ci rassicura. Ma allora perché ce le ritroviamo sempre tra i piedi? La risposta è che per il loro istinto di sopravvivenza le nostre case sono come una calamita. “Al termine della stagione vegetativa, quindi alla vigilia del freddo, gli adulti della specie cercano un rifugio tranquillo, né troppo freddo né troppo caldo, dove svernare”, va avanti l’esperto. Ma attenzione, questo non significa che le basse temperature aiutino a risolvere il problema: “Sono creature molto resistenti, in grado di difendersi dal gelo: ne vediamo meno durante l’inverno perché appunto, trovano riparo, non perché vengano decimate dal freddo”. 

Come possiamo difenderci
Certo non possiamo blindarci in casa, però di fatto le opzioni a nostra disposizione non sono molte. Montare zanzariere e fare attenzione a eventuali fessure nei serramenti per impedire loro l’ingresso, innanzitutto, perlomeno in questo momento di particolare disagio. “Quando poi le temperature si abbasseranno, gli insetti non saranno più così mobili, resteranno rintanati e il problema sarà ridimensionato”, spiega l’esperto. “Per rimuoverle all’interno delle abitazioni, la soluzione più pratica è invece l’aspirapolvere”, continua, “per poi smaltirle in modo adeguato”. In alternativa si possono gettare in un secchio di acqua con del sapone o del semplice detersivo per i piatti: è importante, perché in questo modo affondano, mentre in semplice acqua sono in grado di galleggiare. 

Ci sono anche prodotti da supermercato che possono aiutarci nella disinfestazione, ma bisogna usarli con cautela e attenendosi alle indicazioni. “Tra questi i più indicati sono quelli per formiche e scarafaggi piuttosto che quelli per mosche e zanzare”, consiglia il professore: “Il residuo permane più a lungo e quindi oltre all’effetto immediato vi è anche quello successivo di repellenza”. La maggior parte è a base di piretroidi, tossici per gli insetti ma alle dosi d’impiego poco tossici per l’essere umano e gli animali domestici, dal cane al gatto, fino al canarino. L’unica eccezione è quella della fauna acquatica: chi ha fontane o vasche con pesci deve prestare attenzione a non contaminare l’acqua con queste sostanze. 

Il tasto dolente della puzza
Per contrastare l’odore delle cimici, purtroppo, l’unica arma è la prevenzione, che significa evitare il più possibile di toccarle, soprattutto a mani nude, e tantomeno schiacciarle, pena una puzza intensa e persistente, che sentirete a lungo. 

Se per noi si tratta di un qualcosa di disgustoso, per l’insetto è il profumo della salvezza: ha infatti uno scopo repellente per dissuadere i potenziali predatori (per esempio uccelli e lucertole), che infatti se ne stanno ben alla larga. In particolare, quando l’animale si sente minacciato, secerne una sostanza maleodorante attraverso ghiandole che ha sul ventre (che non a caso si chiamano ripugnatorie); a contatto con l’aria il liquido vaporizza all’istante e le molecole odorose diffondono in modo rapido nell’ambiente. 

Soluzioni a lungo termine 
Al momento, piani per debellare l’infestazione su vasta scala non ce ne sono. “Non possiamo ovviamente importare il loro antagonista naturale, il parassitoide asiatico di cui sopra”, chiarisce subito Zandigiacomo, “poiché significherebbe introdurre nel nostro territorio un’ulteriore specie non autoctona, con il rischio di rendere problematica la sopravvivenza di specie locali”. 

Allo stesso tempo, non possiamo però escludere che ciò possa avvenire (e proprio così è andata in Nordamerica) in maniera accidentale, come successo d’altronde con la stessa cimice. Così come non possiamo escludere che esistano e si possano diffondere prima o poi degli antagonisti autoctoni che potrebbero rivelarsi efficaci. “Le ultime ricerche stanno battendo una strada, nell’ambito del controllo biologico, che sembra molto promettente”, commenta lo scienziato, “ma c’è ancora bisogno di conferme”.


Fonte: WIRED.it


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