Pet Sematary, come rovinare una bella storia di Stephen King


Il nuovo adattamento del romanzo del Re dell'horror mette in scena la trama dimenticandosi delle atmosfere e creando un film bidimensionale. Dal 9 maggio al cinema

Tra i tantissimi anfratti di paura che esistono nelle nostre teste, nella nostra società e nel rimosso collettivo affrontati da Stephen King ce n’è uno che è il meno battuto, quello degli animali domestici violenti, malvagi e spaventosi. Si basa sulla grande paura che tutto ciò che ci dà sicurezza in realtà possa rivoltarsi contro di noi. Sovvertendo quel che pensiamo di sapere senza averne delle vere prove (cioè che quelle bestie che uccidono e sbranano altri animali non lo faranno con noi) è una paura poco affrontata. Già da Cujo invece King la usava per i suoi racconti. Pet Sematary ne è un altro esempio ma il cinema si dimostra sempre più timoroso dei libri.

Anche qui infatti il gatto che con pessima scelta viene riportato in vita, dopo essere stato seppellito in una specie di luogo malvagio in cui le carcasse degli animali – e non solo – ritornano in vita, è una minaccia solo fino a un certo punto. È il simbolo del libro e del film di Pet Sematary, tuttavia come fosse una specie di luogotenente del sovrannaturale, un’emanazione di chissà cosa che veglia e controlla sulla morte altrui, è sempre presente e inganna le vittime, raramente è una minaccia in sé. La minaccia vera sono gli uomini, cioè chi sarà seppellito in quel luogo malvagio una volta capito che è così si può annullare la morte.

Il meccanismo è semplice: c’è qualcosa che è desiderabile ma palesemente sbagliato, viene fatto e se ne devono pagare le conseguenze. Solo che nel mondo dei racconti di Stephen King questi meccanismi sono solo uno scheletro per contenere ragionamenti più complicati riguardo le persone che ci sono intorno e quale sia il vero male, se la comunità o le presenze sovrannaturali. Pet Sematary, secondo adattamento del libro omonimo dopo Cimitero vivente del 1989, fa pochissimo lavoro di scavo nelle idee di Stephen King e si limita a rappresentare la trama, aggiustandola con scarsissima abilità per farla entrare in un film. A Pet Sematary infatti interessa soltanto l’equazione “ritorno dei morti=paura” e non cosa ci possa essere dietro. Questo appiattisce tutto il film su una dimensione sola e purtroppo nemmeno quella è eccezionale.

Oltre alla scarsa capacità di lavorare sul testo infatti ce n’è anche una scarsissima nel dirigere gli attori. Più il film avanza più Jason Clarke peggiora, sconfinando in momenti di puro imbarazzo quando è il momento di caricare le espressioni. E decisamente non va meglio quando è il momento di dirigere le lotte! Il rischio dell’horror è sempre quello di sbagliare qualche dettaglio, non azzeccare l’atmosfera e quindi sconfinare nel ridicolo, perché trucchi, espressioni ed esagerazioni del cinema di paura sono sempre stranamente vicini al comico. Pet Sematary in più di un momento è così superficiale da finirci, specie quando coinvolge morti, bambini, gatti, coltelli e faccioni spaventati. E davvero poche cose sono peggiori di un horror recitato male.

Ai due registi Kolch e Widmyer manca proprio la capacità di immaginare. Sebbene aiutati dalle descrizioni e dalle evocazioni del libro di King non riescono a creare immagini che funzionino da sé e si appoggiano alla suspense di una morte incombente o al sempre efficace botto sonoro improvviso. Anche la grande panoramica su quella temibile parte del bosco in cui accade di tutto, che non è chiaro che poteri abbia o da dove gli vengano, è un trionfo di banalità: fulmini e saette su sfondo di nubi, paludi e alberi spogli, sembra un quadro kitsch di inizio novecento. Meglio non va ai terribili ricordi della sorella malata e deforme, un punto di forza del film del 1989 che qui è affrontato molto più “da vicino”, contando cioè su effetti che rendano bene le deformazioni ossee, ma con una capacità di spaventare decisamente minore.


Fonte: WIRED.it


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