Pecore e mucche per l’erba, Roma fra Mumbai e il Connemara


Il progetto di Raggi e Montanari per l'agro romano e gli esperimenti in altre parti del mondo. Ma il problema è il punto di partenza: il delirio della Capitale, l'inquinamento, i bandi fermi. Indegno anche solo discuterne

Roma è ormai un presepe vivente. Il comune con le aree verdi più ampie (e peggio gestite) d’Europa – 50 milioni di metri quadrati di verde orizzontale – ospita da anni di tutto: 40 specie di mammiferi, 16 di rettili, 10 di anfibi, 5.200 di insetti e oltre 121 specie di uccelli. Un patrimonio di biodiversità notevole, considerando lo smog e l’inquinamento, ma con sacche fuori controllo, basti pensare a gabbiani, topi e cinghiali. Anche di pecore ce ne sono molte, specie in alcuni dei parchi e delle macchie più grandi come quello della Caffarella. Nei giorni scorsi dall’amministrazione comunale è arrivata una proposta bizzarra: moltiplicare il numero degli ovini per sostituirsi a operai e giardinieri e risolvere così il problema dell’erba alta e delle sterpaglie che si sono impossessate di ampie fasce della città. Insomma, “animali tosaerba” per contribuire alla cura del verde romano.

Prima pareva che le si volesse introdurre anche nelle ville romane, da Villa Borghese a Villa Ada, poi la precisazione: solo in campagna (e di agro romano, nel perimetro cittadino, ce n’è in effetti moltissimo). Tutto dalle parole dell’assessora all’Ambiente Pinuccia Montanari, i cui risultati di gestione – basta affacciarsi per strada – sono pressoché assenti. La si ricorda per le esternazioni sul povero Spelacchio, lo sfortunato abete natalizio (morto) di piazza Venezia, e per aver sostituito l’altrettanto inadeguata Paola Muraro. Fine. In una delle dirette Facebook dedicate alle domande dei cittadini ha risposto che “la sindaca recentemente mi ha sollecitato l’utilizzo delle pecore e degli animali per effettuare questa attività, che già viene fatta al parco della Caffarella e che vorremmo estendere agli altri parchi e alle grandi ville. È un modo semplice, che fanno in altre grandi città come Berlino, ci sembra giusto e interessante”.

Diciamolo subito: non ci interessa lo sfottò. Le condizioni di Roma sono talmente disperate che ormai anche il tradizionale cinismo che scorre nelle vene di noi romani, e che da anni ci salva il fegato, è evaporato, scomparso, annegato nella depressione di una città in autogestione. Il punto è un altro: come con le funivie o altre curiose proposte, il problema non sta tanto nel contenuto (più o meno bizzarro, più o meno degno di attenzione) ma proprio nel rapporto e nel contrasto con la situazione della Capitale. Come gli amministratori non se ne rendano conto, di precipitare nel pecoreccio (è proprio il caso di dirlo), rimane un mistero assoluto, quasi mistico.

A quanto pare il progetto procede speditamente: Montanari ha incontrato il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri, per mettere nero su bianco una convenzione in grado di avviare i progetti nel più breve tempo possibile. “Non siamo ancora giunti ai dettagli – ha spiegato Granieri al termine dell’incontro – ma abbiamo concordato la necessità di lavorare insieme su questi punti. Gli ovini possono essere utilizzati non solo nei prati ma anche per rimuovere le erbacce dai gradini, ad esempio”. Mangiandosi evidentemente anche le migliaia di tonnellate di rifiuti di ogni genere, dai mozziconi ai vetri passando per l’alluminio e la plastica, sparsi praticamente ovunque. Per poi sfornare dell’ottimo pecorino romano, “uno dei prodotti del Lazio più esportato al mondo” dice il capo locale di Coldiretti. Che è poi tornato sul punto in un’intervista a Radio InBlu, ipotizzando di sfoderare anche altre bestie: “Quando l’erba è particolarmente alta si potrebbero utilizzare anche le mucche delle nostre aziende agricole”. Una via di mezzo fra Mumbai e il Connemara, insomma.

Le cronache riportano di simili esperienze in giro per l’Italia e per il mondo. Per esempio nel 2013 a Parigi, con un progetto introdotto da Bertrand Delanoë e confermato da Anne Hidalgo in alcune aree periferiche e un piccolo plotone fin sotto la Tour Eiffel. Una mossa che ha dato il via a un piccolo business, espandendosi un po’ ovunque, perfino sui binari delle ferrovie: l’ecopascolo (piuttosto indigesto per le bestie, costrette a mangiarsi erba spesso contaminata e zeppa di immondizia) conviene alle casse dei comuni rispetto alla falciatura meccanica. Come spiega Il Fatto Quotidiano, nella Capitale francese il dibattito verte ormai sulla salute degli animali, esposti allo smog e dunque a rischio di sviluppare diversi tipi di cancro.

Ci sono poi i casi di Torino, dove pare non aver funzionato, un piccolo caso di Ferrara, più di colore che altro, L’Aquila, e un esperimento con cinque asinelli sempre a Roma. “L’importante è che il terreno non sia contaminato” dicono gli entusiasti dell’ecopascolo salvifico. Proprio su questo in pochi hanno certezze. Senza contare altri problemi che appaiono in tutta onesta sottostimati: traffico, decoro urbano, feci, circolazione.

Fuori dalla miseria per doverci misurare su questi temi, diciamoci la verità: non si tratta di mosse risolutive (qualcuno stima che al Circo Massimo ne servirebbero una cinquantina, in queste ore si moltiplicano opinioni anche illustri, calcoli, pecorimetri assortiti) e non è possibile che lo siano. Possono (forse) essere piccoli progetti collaterali a patto che si inseriscano in un sistema già rodato e funzionante in cui la cura del verde pubblico sia già a un buon livello. Impossibile prendere sul serio, ed è davvero una faccenda di dignità, una simile proposte nel delirio romano ostaggio di bandi di gara lenti o non espletati – l’Ama ne ha una collezione di bandi andati deserti – di manutenzione inesistente, di mezzi scarsi, di disinteresse generale per le sorti dell’ambiente.


Fonte: WIRED.it


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