Le leggende metropolitane più famose di sempre


Alcune funzionano così bene che, anche grazie alla pop culture, diventano universali. Ripassiamo 5 delle più famose

(foto: Ldf via Getty Images)

Che le si riconosca come tali o meno, le leggende metropolitane fanno parte del folklore. E questo, prima di dare il titolo all’album di Taylor Swift, è l’insieme delle tradizioni e delle credenze condivise da un gruppo. Le leggende metropolitane sono quindi una parte essenziale dell’essere umani, non meno della musica.

Ma se è facile fare delle classifiche di popolarità per le canzoni, per esempio contando le vendite, è più complicato capire quanto un’espressione del folklore possa essere famosa. In questo momento esistono leggende metropolitane limitate a una ristretta area geografica, di cui nemmeno i folkloristi sono a conoscenza. Eppure non per questo sono potenzialmente meno significative. Ragionando in modo simile alla musica, è comunque possibile isolare alcune leggende metropolitane che spiccano tra le tante, proprio perché sono diventate universali. Le riconosciamo bene, perché spesso sono quelle più sfruttate dalla pop culture, e quindi cinema, fumetti, letteratura e musica.

Gli alligatori (albini) nelle fogne di New York

È la leggenda metropolitana per antonomasia. Nata agli inizi del secolo scorso, la storia di questa comunità di mostri creata involontariamente è universalmente conosciuta, nonostante riguardi una zona ben precisa e per i più esotica.

Meno noto è che la leggenda prende il via da alcuni fatti reali. Una volta era relativamente facile procurarsi piccoli alligatori dalla Florida. C’erano anche gli annunci pubblicitari. E come succede da noi con le dannosissime tartarughe d’acqua Trachemys, quando il giocattolo cresceva troppo veniva abbandonato. Il New York Times e altri giornali parlarono spesso di questi rettili soccorsi nelle città, e non erano esattamente fake news. Poi un ufficiale di nome Teddy May, una leggenda a sua volta, raccontò allo scrittore Robert Daley di averli visti là sotto coi sui occhi, confermando le voci di rettili sopravvissuti. Daley ne parlò nel libro The World Beneath the City (1959), ma May era un simpatico contaballe e nulla ha mai corroborato i suoi presunti avvistamenti. La leggenda ovviamente è rimasta.

Una scultura di Tom Otterness a Brooklin richiama la leggenda metropolitana degli alligatori nelle fogne (foto: Seachild/Pixabay)

Un alligatore può sopravvivere in libertà a quella latitudine per un tempo limitato, sopratutto a causa della temperatura troppo bassa. Non era impossibile che un esemplare abbandonato si infilasse in un segmento di fognatura, ma non avrebbe mai potuto stabilirsi una popolazione, anche a per i pericolosi patogeni presenti nei liquami. Nonostante l’aspetto non sono animali indistruttibili. È vero che ne esistono di albini (rarissimi), ma non basterebbe questo (presunto) adattamento per sopravvivere nelle fogne della Grande Mela.

Già negli anni ’50, scrive il New York Times, questa leggenda ha cominciato a filtrare nella cultura di massa. Oggi i riferimenti non si contano: dall’eroina Red Sonja al nostro Cattivik, i fumetti hanno usato questa leggenda in ogni modo possibile. Ma la troviamo anche in un film tutto suo, Alligator (1980), che però si svolge a Chicago. Più di recente anche Jurassic World: Fallen Kingdom ci ha dato di gomito, mostrando dei dinosauri (Baryonyx) aggirarsi nei tunnel dell’isola.

L’autostoppista fantasma

Le leggende metropolitane sono ancorate nella quotidianità, ma non escludono elementi soprannaturali. Per esempio c’è la storia di uno strano autostoppista che scompare nel nulla, ma lascia dietro di sé alcuni indizi: il buon samaritano al volante può arrivare a un’unica conclusione. L’autostoppista fantasma è un’altra di quelle leggende che sono davvero globali, e anche in Italia se ne raccontano diverse versioni.

Forse però non tutti sanno quanto è antica. Le versione attuali comprendono l’automobile e possono trarre in inganno: in realtà la struttura del racconto è vecchia di secoli. Il nucleo della leggenda è infatti la presenza di un fantasma abbastanza concreto da essere riconosciuto come tale solo a posteriori.

Una variante che era molto comune in Italia e in America Latina, per esempio, è il fantasma al ballo. Una ragazza sconosciuta si presenta a un ricevimento e conosce un giovane. Vedendola tremare, durante la serata il cavaliere le offre il cappotto. Poi la accompagna a casa, e nei pressi del cimitero la ragazza lo congeda dicendogli di tornare il giorno dopo per il cappotto. Alla luce del giorno scoprirà che non c’è nessuna casa lì, e una tomba con la foto della giovane.

Oltre a essere largamente diffusa in molteplici forme, anche l’autostoppista fantasma si fa dare un passaggio dalla pop culture. Il sito Tv Tropes ha un ricco elenco di avvistamenti: da I confini della realtà a Happy Days, senza dimenticare il racconto Riding the Bullet di Stephen King.

Il furto di organi

Di questo elenco di leggende metropolitane, quelle sul furto di organi sono probabilmente quelle che siamo meno disposti ad accettare come tali. Forse possiamo concedere che la scena della vasca piena di ghiaccio tritato, dove la vittima si sveglia con una cicatrice in più e un rene in meno, è un po’ sopra righe. Ma allo stesso tempo ci è difficile escludere che persone senza scrupoli sufficientemente organizzate possano rapire le persone più vulnerabili e usarle come pezzi di ricambio.

Per questo la leggenda periodicamente ritorna sui giornali, come è successo all’inizio dell’anno scorso col caso di Castel Volturno. Il problema è che mentre esiste il traffico illegale di organi, questo non è da sovrapporre alla sua versione leggendaria, dove le persone verrebbero fatte sparire un po’ in tutto il mondo per essere operate velocemente in cliniche provvisorie. Questa voce secondo i folkloristi prende il via dai rapimenti (veri) con cui spesso si alimentava il mercato illegale delle adozioni negli anni ’80, una pratica che è ancora diffusa.

I trafficanti di organi però usano altri metodi. Come in alcune leggende, le vittime sono gli individui più deboli della società, disposti a vendere i propri organi per pochi soldi facendosi operare in cliniche compiacenti di alcuni paesi. Ma nulla è fatto a caso: è necessario prima stabilire la compatibilità, e serve comunque una certa professionalità per l’intervento, che deve essere coordinato col successivo trapianto. Per questo si parla di turismo trapiantologico: anche chi riceve l’organo è operato poco dopo nello stesso posto. Nel caso della Cina, sono stati usati come donatori anche dei detenuti. In sé non c’è nulla di meno drammatico, ma è importante separare la leggenda e realtà, se non si vuole che la prima prenda il sopravvento nella narrazione del fenomeno.

Gli amanti incastrati

Un vecchio adagio dice che per vendere i giornali bisogna seguire la regola delle tre S: sesso, sangue, soldi. Deve essere per questo che spesso le leggende metropolitane vengono stampate, e per il sesso il podio spetta quasi sicuramente alla leggenda degli amanti incastrati. Sono quelle storie dove una coppia è costretta a chiamare i soccorsi perché nel coito sono rimasti letteralmente incastrati a livello dei genitali. Nel descrivere il presunto episodio, spesso compare il nome di una condizione chiamata penis captivus, che contribuisce a dare al tutto un’aura di legittimità scientifica.

Ed è vero che in una manciata di casi la letteratura medica ne ha parlato, ma visto che ha anche parlato di autocombustione umana di per sé non è una gran garanzia. In uno di questi casi si è anche scoperto che gli editor avevano pubblicato deliberatamente una bufala. Alcuni professionisti ancora giurano e spergiurano di essere stati testimoni (o di averlo sentito da fonte certa…). Ma ammesso che qualcosa del genere succeda, è una condizione rara e meno pittoresca di come viene raccontata.

Tipicamente le storie di questo tipo, che risalgono almeno al medioevo, sono moraleggianti. Gli amanti incastrati di cui favoleggia sono quasi sempre in una relazione extraconiugale, quindi all’imbarazzo di doversi rivolgere al pronto soccorso si aggiunge quello della scoperta della scappatella.

Le vipere dal cielo

Chiudiamo con un’altra leggenda sugli animali, che come popolarità è forse a pari merito con quella delle pantere scappate, di cui vi abbiamo già parlato. Sono le vipere lanciate da aeroplani ed elicotteri, un tentativo sui generis di ripopolamento condotto da sigle ambientaliste o addirittura dalla forestale. Non è mai successo nulla del genere. E non avrebbe senso farlo in quel modo, come può spiegare qualunque esperto. Ma la diceria resiste e anche fuori dall’Europa se ne segnalano altre versioni.

Molto diffusa da noi e in Francia, dà il titolo al libro di Paolo Toselli La famosa invasione delle vipere delle volanti, pubblicato per la prima volta per la nel 1994. Ma di recente l’autore e gli altri folkloristi del CeRaVoLC (Centro per la raccolta delle voci e leggende contemporanee) hanno scovato nuove informazioni sulla sua evoluzione.

Si sapeva che nel 1976, a Reggio Emilia, un gruppo di goliardi aveva cominciato a farsi beffe dei giornalisti con una storia inventata di ripopolamenti di vipere. Nei comunicati non si parlava di elicotteri, ma si usava il verbo lanciare, diffuso per parlare di ripopolamenti: poteva essere nato tutto da quello? La questione dell’origine era (ed è tuttora) incerta, ma nel frattempo è emerso qualche altro dettaglio.

Come nasce una leggenda

Come hanno scritto  lo scorso maggio Roberto Labanti, Sofia Lincos, Giuseppe Stilo, e Paolo Toselli, le vipere hanno cominciato volare già nel 1970, e non in Italia, né in Francia, ma nella Svizzera italiana. A settembre venne presentata un’interpellanza al parlamento cantonale: un deputato era preoccupato delle notizie che riceveva da fonte certa su ripopolamenti di vipere, e ne chiedeva conto. Nel giro di un paio di mesi il tutto si sarebbe sgonfiato, e l’anno successivo la domanda sarebbe stata ritirata. Ma nel frattempo oltre alle smentite, fiorirono le speculazioni.

Per esempio si diceva che le vipere servivano alle industrie farmaceutiche per fare il siero, un’interessante deviazione dal complotto ambientalista. E un certo punto un lettore inviò una lettera alla Gazzetta ticinese dove riferì una nuova voce. In agosto, in Alta val Capriasca, erano state calate casse di vipere con un elicottero. Era la prima volta che compariva sulla stampa la leggenda che tutti conosciamo.

Indipendentemente dall’origine precisa, secondo gli studiosi è significativo il momento e il contesto in cui queste voci appaiono. L’urbanizzazione e il conseguente spopolamento delle montagne stava cambiando l’ambiente, e cominciava a emergere la consapevolezza dell’impatto dell’uomo sugli ecosistemi.

Concludono i folkloristi: “Ecco dunque che anche nel nord Italia, proprio all’inizio degli anni ’70, come in Svizzera (dove forse per prima ci fu la comparsa della nostra leggenda), si iniziava a discutere sempre più di sconvolgimenti ecologici, di cacciatori spietati, di contadini che abbandonavano le proprie terre, di allevamenti clandestini (veri o presunti). Erano questi gli elementi essenziali e il terreno fertile per la formazione di quella che diventerà ben presto una classica leggenda metropolitana anche italiana: l’invasione delle vipere volanti!


Fonte: WIRED.it


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